Omicidio Del Gaudio, nuova pista e confessioni agghiaccianti

Sono passati tre anni dal delitto di Gianna Del Gaudio, avvenuto la sera del 26 agosto 2016 nella sua villetta di Seriate, a Bergamo. Secondo la Procura, infatti, sarebbe stato proprio il marito della vittima, Antonio Tizzani, a sgozzarla al culmine di una lite. L’uomo è stato rinviato a giudizio per la morte della moglie.

Dalla morte della moglie a oggi, Antonio Tizzani ha parlato sempre e solo davanti alle telecamere. Davanti agli inquirenti si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. Raccontò in tv la sua versione dei fatti chiamando in causa un fantomatico “uomo incappucciato”, secondo Tizzani, autore del delitto. Contro il marito di Gianna Del Gaudio, diversi elementi emersi già all’inizio delle indagini ora, a rincarare la dose, anche l’accusa dei figli. L’uomo beveva spesso ed era violento con la loro madre, raccontano i figli di Tizzani. La insultava con parole volgari e offensive e la picchiava. A conferma dell’accusa dei figli anche la confessione di Gianna a un’amica. La donna era finita, in diverse occasioni, al pronto soccorso per farsi curare contusioni che attribuiva a cadute accidentali.

Il rinvio a giudizio

Ad accogliere la richiesta di rinvio a giudizio il gup di Bergamo, Lucia Graziosi. La prima udienza del processo, che avrà rito ordinario, è stata fissata per il 4 dicembre. L’ex ferroviere si dichiara innocente, nonostante gli indizi contro di lui.

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L’uomo, 71 anni, si è presentato nel tribunale di Bergamo per l’udienza preliminare, accompagnato dai due figli Paolo e Mario, che credono nella sua innocenza. “Eravamo preparati al rinvio a giudizio, in aula daremo battaglia”, dice il legale di Tizzani, all’uscita dall’aula.

Respinte le richieste della difesa

La difesa ha presentato alcune eccezioni che sono state prontamente respinte. “Le riproporremo”, ha tuttavia ribadito l’avvocato Giovanna Agnelli, “vi invito a lasciare in pace il mio assistito”. La prima eccezione riguardava il Dna e un’altra traccia genetica ignota rinvenuti sul cutter, che per l’accusa sarebbe l’arma del delitto e rinvenuto circa tre mesi dopo l’omicidio in un sacchetto di plastica nascosto in una siepe a pochi isolati dal luogo del delitto. Per il legale quella prova sarebbe stata raccolta senza avviso, e quindi non utilizzabile. La seconda riguarda le molteplici interviste rilasciate da Tizzani a mezzo stampa e acquisite “in violazione alle norme del codice”, secondo la difesa. L’accusa, invece, considera attendibili quelle interviste.

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