Marco Vannini, la rabbia dell’ex Martina Ciontoli: “Licenziata e costretta a separarsi dai familiari”

Le ultime dichiarazioni riguardanti Martina Ciontoli, ex fidanzata di Marco Vannini, faranno senz’altro discutere. In una recente intervista riportata ai giornali, i legali della famiglia Ciontoli hanno decritto la vita attuale della famiglia e soprattutto di Martina. Dopo la terribile vicenda che ha visto coinvolto il suo fidanzato e suo padre, Martina ha lasciato la casa. Ora lavora come infermiera ma pare che la sua vita sia diventata impossibile.

Martina ha perso il lavoro due volte perchè è costantemente pedinata. I Ciontoli hanno dovuto dividersi e nascondersi, la loro vita non è certo facile!” Così hanno spiegato gli avvocati della famiglia Ciontoli.  I datori di lavoro di Martina, infatti, non se la sarebbero sentita di confermare la sua assunzione. Sicuramente per paura di mettere in giro voci compromettenti intorno alla struttura. 

Marco Vannini, parla la difesa dei Ciontoli: ecco le loro parole

Il programma Quarto Grado, nella puntata di ieri 1 febbraio 2019, ha dedicato ampio spazio al caso di Marco Vannini. La sentenza di secondo grado sull’omicidio, emessa il 29 gennaio dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma, ha suscitato molte polemiche, compresa l’indignazione del Ministro della Difesa Trenta e del Ministro della Giustizia Bonafede. In primo grado, Antonio Ciontoli era stato condannato a 14 anni per omicidio volontario ma la Corte d’Appello ha derubricato il reato ad omicidio colposo, riducendo la pena a 5 anni di reclusione. Confermati, invece, i 3 anni per il resto dei componenti della famiglia, la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina. La trasmissione di Rete 4 ha mandato in onda un’intervista esclusiva agli avvocati Andrea Miroli e Pietro Messina, difensori della famiglia Ciontoli. 

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Le dichiarazioni dei legali della famiglia Ciontoli

Per poter parlare di omicidio volontario va dimostrata la volontà. La Corte d’Assise d’Appello ha applicato il massimo della pena per l’omicidio colposo. Che poi qualcuno possa dire che vi è sproporzione tra la tragicità del fatto e la pena applicata, questa è una valutazione che non può essere additata ai magistrati. Noi comprendiamo benissimo il dolore della famiglia Vannini, tuttavia in uno Stato di diritto è giusto che vengano applicate le regole” dichiarano i legali.

“Antonio Ciontoli, se avesse saputo che Marco stava per morire, si sarebbe comportato in maniera diversaNon andava assolto. Anche lui l’ha detto: si è assunto la responsabilità di quello che è accaduto e cioè la morte del ragazzo. Ma ha sempre proclamato la sua indisponibilità ad accettare che lui volesse effettivamente che Marco morisse. Le sentenze possono essere criticate, ma c’è stata un’aggressione nei confronti dei magistrati che riteniamo debba rientrare. È un tema che è all’ordine del giorno del Consiglio Superiore della Magistratura, perché sono episodi che si ripetono un po’ troppo spesso”.

“Urlare vergogna? Si va oltre il confronto civile”

“Quando si definisce una sentenza vigliacca, quando si urla Vergogna!, mi pare si vada oltre quello che può essere un confronto civile” dicono a proposito delle urla di Marina Conte, mamma di Marco, alla lettura della sentenza. Sulla pena inflitta agli altri membri della famiglia, i legali affermano: “Il dibattimento ha dimostrato inequivocabilmente una differenza sostanziale nella consapevolezza tra Antonio e gli altri imputati. I due figli e la moglie sono stati indotti in errore dal padre. Le condizioni di Marco, in termini di gravità, non erano percepibili. I famosi due litri di sangue persi sono un’emerita corbelleria, perché Marco il sangue l’ha perso solo internamente“.

I difensori dei Ciontoli poi concludono: “Questi giorni per i Ciontoli non rappresentano un passaggio indolore. Questa tragedia che li ha coinvolti non è una cosa che passerà in maniera tranquilla. Per molti anni vivranno questa condizione di sofferenza, al di là di quelle che saranno le risultanze dei processi”.

Il sindaco di Cerveteri: “Mi vergogno ad indossare la fascia tricolore”

Duro il commento di Alessio Pascucci, Sindaco di Cerveteri, Comune di residenza della famiglia di Marco Vannini. “Uno Stato che consente di uccidere un suo ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti non è uno Stato di diritto. E’ uno Stato in cui la giustizia oramai è morta e le Istituzioni non sono più un riferimento credibile per i cittadini“.

Spiace dirlo da uomo delle Istituzioni ma il caso di Marco ha scosso tutta la nostra comunità, per l’evento truce e infame che ha portato alla morte di questo giovane ragazzo. Da sindaco  mi sento di dire che oggi provo un senso di vergogna nell’indossare la fascia tricolore in rappresentanza di uno Stato che non tutela i cittadini e che lascia impuniti gli assassini di Marco. Metterò le bandiere della nostra città a lutto e invito i sindaci di tutta Italia a farlo in rispetto di Marco Vannini e dei tantissimi che come lui hanno perso la vita senza che lo Stato italiano gli riconoscesse giustizia”.

L’esame di Martina: “Prof mi metta 28, sono quella a cui è morto il fidanzato”

Il 17 maggio 2015 a Ladispoli, in circostanze ancora tutte da chiarire, il giovane Marco Vannini viene ucciso da un colpo di pistola al torace mentre si trovava a casa della sua fidanzatina, Martina Ciontoli. La responsabilità dell’atto è stata assunta da Antonio Ciontoli, padre della ragazza di Marco. Il 26 ottobre 2017 si è tenuta un’ultima udienza sul caso ove per la prima volta in tribunale si è presentata Martina; ecco alcune dichiarazioni della giovane.

Il caso dell’omicidio del ventenne Maro Vannini è ancora pieno di lacune e ombre; il giovane di Cerveteri è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da Antonio Ciontoli, padre della sua fidanzata Martina, mentre il giovane si trovava a casa Ciontoli, a Ladispoli, per trascorrere la serata con la sua ragazza e la famiglia di quest’ultima. Il giovane è morto dopo una lunga agonia e ad assumersi la responsabilità del gesto è stato l’ex Maresciallo della marina militare, ma tutti i familiari presenti la sera dell’omicidio sono stati imputati per concorso in omicidio volontario. 

Durante l’ultima udienza sul caso, tenutasi il 26 ottobre 2017, sono stati ascoltati in tribunale sia Antonio Ciontoli che per la prima volta, la figlia Martina. La ragazza, che aveva dichiarato che non pensava certamente che Marco potesse morire, ha spiegato: “Non dovevo fidarmi di mio padre. Quella sera ero sempre a casa. Dopo cena Marco mi ha chiesto di accompagnarlo di sopra, prima in camera mia poi in bagno abbiamo chiacchierato. Poi mio padre ha chiesto di entrare“.

La ragazza senza voltarsi nemmeno verso i suoi avvocati ha proseguito raccontando: “Entrando in bagno la pistola non c’era, dopo papà ha detto che era nella scarpiera. Scherzavano tra loro, papà non gliel’ha porta ma gli ha fatto vedere il funzionamento. Ho sentito un rumore […] Non avevo motivo di non credere a mio padre quando ha detto che era un colpo d’aria e che Marco si sarebbe ripreso“.

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