E’ fissata per il 29 gennaio 2019 la prossima udienza del processo d’Appello sull’omicidio di Marco Vannini. Il bagnino 20enne venne ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015, da un proiettile esploso da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata Martina. Marco morì in seguito ad una emorragia interna provocata dalla pallottola che, entrando dal braccio, gli perforò diversi organi interni. Il giovane di Cerveteri è deceduto perché nessuno gli ha prestato soccorso. Per circa due ore, infatti, le cinque persone che erano con lui non si sono adoperate per salvargli la vita. Quando l’ambulanza è stata chiamata era ormai troppo tardi. In un’intervista all’Agenzia Dire, Marina Conte, madre di Marco, afferma di volere giustizia per suo figlio e ricorda i bei momenti vissuti insieme. “I 20 anni con Marco sono stati meravigliosi. Ma sono stati pochi. Non c’è stato il tempo di fare tutto” dice la donna.
“Non è facile per un genitore al quale hanno ucciso un figlio rimanere lucido e lottare per avere giustizia. Sono sempre stata una donna forte e ho una famiglia che mi sostiene, mio marito che mi è sempre vicino. Noi siamo in vita per dare giustizia a Marco, perché dentro siamo morti”. Alle madri e alle donne che vivono esperienze come la sua, Marina lancia un appello: “Non bisogna mai mollare. Perché dentro un aula di Tribunale c’è scritto che la legge è uguale per tutti e deve essere così. Sempre”.
La mamma di Marco poi aggiunge: “Casalinga, non ho avuto Marco giovanissima per i canoni del tempo. Mi sono dedicata totalmente a lui, eravamo una cosa sola. Avevo tanto desiderato questo figlio. Quando è nato è stato il giorno più bello. Lo chiamavo principe”. Sulla sentenza del processo, attesa nei prossimi giorni, Marina dichiara: “Dall’appello mi aspetto la giustizia giusta“. “Sono una cittadina italiana e voglio essere tutelata. Mi auguro che i giudici tengano conto di tutto. Delle chiamate al 118 e del fatto che Marco poteva essere salvato“.
Il pg Vincenzo Saveriano ha chiesto la condanna per tutta la famiglia Ciontoli. Il procuratore generale della Corte d’appello di Roma ha, infatti, chiesto la conferma della pena per Antonio e di riconoscere l’accusa di omicidio volontario anche nei confronti di Maria, Martina e Federico. “Questa vicenda – ha detto in aula Saveriano – rappresenta un unicum nel panorama giurisprudenziale in tema di qualificazione giuridica del fatto. Quanto accaduto in quella casa non poteva non allarmare quei familiari. Marco chiedeva aiuto e si vedeva spostato per essere lavato e rivestito; pensate un po’ la sofferenza. Eppure Ciontoli dichiara prima che la vittima era scivolato, poi che si era ferito con un pettine; invece era stato sparato un colpo“.
Il rappresentante dell’accusa ha poi rappresentato il suo convincimento “del coinvolgimento di tutti i familiari in questo episodio. E’ stata un’azione concertata. Questi soggetti hanno perso il lume della ragione, e nessuno ha detto che era stato esploso un colpo d’arma da fuoco. Forse Marco si poteva salvare. Hanno accettato il rischio per non fare emergere un fatto che al capofamiglia avrebbe potuto creare dei problemi. Si è trattato di una condotta illecita lontana da una condotta standard”.
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