Marco Vannini, Roberta Bruzzone commenta il caso: ecco le sue parole

In un’intervista a Lo Speciale, la criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone commenta il caso dell’omicidio di Marco Vannini. Il bagnino 20enne venne ucciso la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015, trafitto da un proiettile esploso da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata Martina. Marco morì in seguito ad una emorragia interna provocata dalla pallottola che, entrando dal braccio, gli perforò diversi organi interni. Il giovane di Cerveteri è deceduto perché nessuno gli ha prestato soccorso. Per circa due ore, infatti, le cinque persone che erano con lui non si sono adoperate per salvargli la vita, chiamando i soccorsi troppo tardi. La Procura generale, nel corso del processo d’appello ha chiesto la condanna per omicidio volontario dell’intera famiglia Ciontoli, del padre Antonio, della moglie Maria e dei due figli, Federico e Martina. 

Le dichiarazioni di Roberta Bruzzone

“La Procura generale ha ripreso la tesi e gli aspetti dell’impianto accusatorio già sostenuto nel processo di primo grado. Sono rimasti fermi alle contestazioni fatte allora dal pm titolare dell’inchiesta. Naturalmente il ruolo principale resta in capo al padre, Antonio Ciontoli. Ma ritengo che non si possa non considerare il ruolo altrettanto grave svolto dagli altri membri della famiglia. In base all’impianto accusatorio penso non si possa escludere l’accusa di concorso in omicidio volontario. Come ipotizzato sin dall’inizio” esordisce la Bruzzone.

La nota criminologa ha commentato anche le parole dette durante l’udienza da Federico Ciontoli. Il ragazzo ha, infatti, confermato di aver fatto tutto il possibile, quella maledetta sera, per salvare Marco. “E’ ciò che lui, la madre e la sorella sostengono da sempre. Il problema è che, come rilevato dal pm in primo grado e come ribadito dal Pg in appello, ci sarebbero state da parte loro condotte immediatamente successive alla morte di Marco. Condotte reiterate durante le indagini e gli interrogatori, che lascerebbero ipotizzare una maggiore consapevolezza delle reali condizioni in cui versava la vittima. Questo è l’elemento che ha spinto l’accusa ad insistere con l’ipotesi di omicidio volontario per tutti”.

“E’ stato fatto trascorrere un tempo assurdo fra la prima chiamata al 118 e l’arrivo in ospedale”

Sulla “condotta illecita” della famiglia Ciontoli, descritta dal pg, la Bruzzone dice: “Penso che ognuno di noi in una situazione del genere non perderebbe un minuto ad allertare i soccorsi di fronte ad un colpo di arma da fuoco che ferisce una persona. La prima cosa che ad ognuno verrebbe spontaneo fare è chiamare il 118, indipendentemente dalle valutazioni sulle cause che hanno portato a sparare quel colpo. Quindi il fatto di non essersi adoperati prontamente con tutti i mezzi a disposizione per garantire a Marco Vannini una repentina attività di soccorso denoterebbe, secondo l’accusa, un comportamento anomalo e contrario ad ogni logica”.

“In quel contesto – continua l’esperta – non si poteva tardare un minuto a chiamare i soccorsi. E’ stato fatto trascorrere un tempo assurdo fra la prima chiamata al 118 e l’arrivo in ospedale. La perizia di primo grado parla chiaro e pur non potendo affermare con certezza assoluta che Vannini si sarebbe potuto salvare, evidenzia però come un pronto intervento gli avrebbe garantito maggiori speranze”.

 

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