L’ira di Massimo Bossetti: ecco le sue parole dal carcere

Massimo Bossetti scrive dal carcere una lettera al giornalista Marco Oliva. Dopo che la Cassazione ha reso note le motivazioni della sentenza che lo ha condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, il muratore di Mapello esprime in poche righe tutta la sua rabbia. Bossetti si definisce un prigioniero di Stato e dice: “Cosa penso e cosa provo di queste motivazioni? Vergogna, schifo, rabbia. Tanta rabbia per come si sono svolte agli occhi di tutti voi e del mondo intero queste indagini. Si fa presto ad essere rovinati dallo Stato, lo stesso che ha il dovere di difendere i cittadini e che invece diventa il principale nemico”. Il giornalista Oliva riferisce poi, nel salotto di Quarto Grado, che il carpentiere bergamasco non accetta di come si parli del caso in televisione. “Se la prende con la televisione, con i talk show. Dice di sentire idiozie e pareri fantasiosi da parte di avvocati, giornalisti e opinionisti”.

Presente nel programma di Rete 4, anche il criminologo Ezio Denti, consulente della difesa di Bossetti. Denti non è per nulla d’accordo con la sentenza della Suprema Corte e annuncia che sta lavorando per dimostrare l’innocenza del 48 enne. In particolare, l’esperto dice di aver raccolto racconti di testimoni che potrebbero portare il caso su piste alternative. “Stiamo toccando alcuni punti anche con l’aiuto di alcune persone che casualmente, a distanza di 8 anni iniziano a dare delle informazioni che dal mio punto di vista sono interessanti…” spiega il criminologo al conduttore Gianluigi Nuzzi

Cassazione: il Dna sugli indumenti di Yara è quello di Massimo Bossetti

Sono state rese note le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che lo scorso 12 ottobre ha condannato all’ergastolo Massimo Bossetti. Per la giustizia non ci sono dubbi: è lui che quella maledetta sera del 26 novembre 2010 ha ucciso Yara Gambirasio. La Cassazione ha rilevato la piena coincidenza tra il profilo genetico catalogato come “Ignoto 1“, rinvenuto sulle mutandine della ginnasta, e quelle del muratore di Mapello. L’evidenza scientifica, frutto di “numerose e varie analisi biologiche effettuate da diversi laboratori”, ha “valore di prova piena“. “La probabilità di individuare un altro soggetto con lo stesso profilo genotipico equivale a un soggetto ogni 3.700 miliardi di miliardi di miliardi di individui“. 

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Massimo Bossetti, “dopo aver prelevato la ragazza e averla stordita, l’ha trasportata nel campo di Chignolo d’Isola” – si legge nella sentenza. “I tempi del prelevamento della vittima, del suo trasbordo sul campo di Chignolo e del ritorno a casa dell’imputato sono stati giudicati compatibili con il rilevato orario di rientro a casa alle ore 20-20,15″. Orario che si desume dalle dichiarazioni del coniuge. 

Diversi sono gli indizi valorizzati dai giudici della Suprema Corte nel processo contro il carpentiere bergamasco. Tra questi “la presenza di calce nelle lesioni” rilevate sul corpo della vittima, dovuta, secondo gli inquirenti, all’”arma da taglio sporca di calce”. Vi è poi la presenza dell’uomo, il pomeriggio della scomparsa di Yara, “in località prossima al Centro sportivo” con il “telefono spento” e “a bordo del suo autocarro”. Bossetti “mai era stato in grado o aveva voluto riferire alla moglie, ai cognati e agli altri familiari cosa avesse fatto quel pomeriggio e quella sera”. Il 48 enne “è passato e ripassato davanti alla palestra del centro sportivo – evidenzia la sentenza – proprio in perfetta coincidenza con l’uscita della ragazza“.

 

 

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