Caso Salvatore Verdura, il figlio: “Chiedo giustizia per mio padre” [ESCLUSIVA]

VelvetMag ha intervistato in esclusiva Gaetano Verdura, figlio dell’ex agente di Polizia Salvatore Verdura, la cui morte attualmente è avvolta nel mistero. Il poliziotto è stato trovato senza vita all’interno di una Citroen Saxo verde di proprietà di una donna, a noi sconosciuta, il 13 gennaio del 2011.

Fin dal primo momento sono stati molti i dubbi e le perplessità ma, nonostante ciò, il decesso dell’uomo, che nella sua carriera in Polizia ha preso parte alla scorta di Giovanni Falcone e dell’ex Presidente della Regione Sicilia Modesto Sardo, è stato archiviato come morte naturale, dichiarando il decesso per un infarto del miocardio. Salvatore Verdura, in quel periodo, stava prestando servizio presso il Centro di accoglienza per immigrati di Sant’Anna, lo stesso centro finito sotto inchiesta per infiltrazioni mafiose. Dopo cinque anni dalla morte del poliziotto, il procuratore Gaetano Bono, non convinto dell’archiviazione, ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’accusa di omicidio volontario. Anche quest’ultimo, però, archiviato. La famiglia non ci sta. Non è assolutamente d’accordo con la decisione del Gip e ora chiede giustizia.

L’anno scorso il procuratore Gaetano Bono, non convinto dell’archiviazione del caso, ha aperto un fascicolo contro ignoti con l’accusa di omicidio volontario, convinto che a stroncare la vita di suo padre non sia stato un malore ma un evento esterno, un evento violento. Quali novità sono emerse?

Tutt’oggi, a due anni dall’autopsia che è stata fatta il 30 dicembre 2016 non abbiamo l’esito da parte del medico legale incaricato dalla Procura. Ci è arrivata solamente un’email nella quale si diceva che il caso era stato archiviato perché non ci sono abbastanza prove o prove fattibili per aprire un processo.

Lei non è quindi d’accordo con la decisione del Gip. Qual è la sua idea in merito?

No, non sono d’accordo. Io chiedo giustizia. Giustizia, innanzitutto per mio padre. Perché non è un animale ma è una persona che ha servito lo Stato per ben 33 anni. Ha lasciato una moglie e quattro figli. Inoltre, era nella scorta di Falcone. Esigo che il caso sia riaperto e che siano aggiunte le dichiarazioni della famiglia. Perché a noi familiari non ci hanno mai sentito, mai. Non ci hanno mai chiamato per farci rilasciare le nostre dichiarazioni. Ma noi le prove le abbiamo. Abbiamo le foto del cadavere di mio padre e abbiamo la prova sui chi sia la proprietaria della macchina nella quale l’hanno ritrovato. Poi, vorrei sapere: ma il suo collega, che faceva servizio con lui a Crotone, dove era in quel momento?!

Lei dice di avere le foto del cadavere di suo padre come prova. Le ha mai mostrate a qualcuno?

No, non le ho mai mostrate perché mi hanno detto di non farle vedere a nessuno perché non sono foto da mostrare in pubblico. Il procuratore non le ha viste nemmeno queste foto. Io le volevo pubblicare. Mi hanno detto che non sono prove fattibili. Noi abbiamo anche le foto dei vestiti di mio padre, sporchi di sangue e di fango. Di chi è questo sangue sui vestiti di mio padre? Suo o di un’altra persona?! Il giorno del funerale di mio padre, i colleghi stessi che erano lì dicevano che non dovevano parlare perché se si scopriva qualcosa saltava tutta Crotone e tutta la caserma di Catania.

La persona che ci ha avvisato quando è morto, il 13 gennaio, è venuta in mattinata. Mio padre è morto alle 8 di mattina, ma i colleghi erano già prima di quell’ora in paese a cercare la famiglia di Verdura per dirgli che era morto. Poi mi chiedo: ma il signor Bernardo Giuseppe, che è coinvolto nell’operazione Beautiful Hybrid, se ha fatto già queste cose non è che si è comportato similmente anche nella vicenda di mio padre? Abbiamo avuto gli oggetti personali del mio papà solamente cinque mesi dopo la sua morte. La memoria dei telefonini e del computer è completamente vuota. Ci hanno dato i soldi che erano nel suo portafoglio ma il portafoglio non è mai stato trovato.

Quando si è accorto che suo padre, probabilmente, non è morto a causa di un malore?

Il 13 gennaio stesso. Quel giorno mio zio e mia madre sono andati a Crotone quando hanno saputo dell’accaduto. Hanno trovato mio padre nella bara con un fazzoletto avvolto nella nuca. Mio zio ha tolto questo fazzoletto e ha chiesto: Che cos’è questa ferita che ha nella testa? e nessuno ha saputo rispondere. Gli hanno solamente detto che aveva sbattuto.

In questi anni dopo la morte di suo padre, in paese vi ha sostenuto qualcuno in questa lotta alla verità? C’è qualche associazione che vi è accanto?

In passato assolutamente no. Siamo sempre stati da soli. Oggi, qualcuno ci sostiene. Abbiamo contattato l’associazione di Stefano Cucchi e, al momento, stanno leggendo le carte. Hanno detto che non ci lasceranno soli. Poi ho contattato il deputato Eugenio Saitta del Movimento 5 Stelle e mi ha promesso, che dopo la tragedia del maltempo che ha colpito la Sicilia, ci aiuterà.

 Lei che idea si è fatto della morte di suo padre?

Noi familiari riteniamo che mio padre non sia morto d’infarto. Perché una persona che muore d’infarto non ha una ferita nella testa, non ha ferite alle orecchie, non ha i vestiti sporchi di sangue, non ha i vestiti sporchi di fango. Secondo noi è stato messo apposta in quella macchina dove poi è stato ritrovato. Abbiamo chiesto i tabulati telefonici per controllare le ultime chiamate effettuate da mio padre. L’ultima telefonata lui l’ha fatta a me. Mi disse che non poteva parlare perché lì (al Centro di accoglienza per immigrati di Sant’Anna, ndr.)  stava succedendo un casino, promettendomi che mi avrebbe richiamato dopo. Ma non mi ha più chiamato.

 Qual è l’ultimo ricordo che ha di suo padre?

Risale all’ultimo Capodanno insieme. Era tornato qui in paese. Era seduto sul divano di casa in silenzio. C’era qualcosa che non andava perché era molto strano. Non era lo stesso di prima. Pensiamo che gli stesse succedendo qualcosa di brutto e che lui, per non farci preoccupare, non ha parlato. Ma se lui avesse parlato, magari lo avremmo aiutato e oggi sarebbe ancora qui con noi.

 

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