Jerry Calà, pienone al Piper per la serata “PostOffice” [ESCLUSIVA]

L’attore e cantante Jerry Calà ha fatto registrare il “tutto esaurito” al Piper con il concerto-evento organizzato da PostOffice. Incredibile il numero di giovanissimi che hanno affollato lo storico locale romano di via Tagliamento reso celebre da personaggi come Patty Pravo e Renato Zero. Jerry Calà ha cantato e intrattenuto magistralmente il pubblico per oltre un’ora con un sapiente mix tra le migliori canzoni della musica italiana alternati a racconti dei suoi film e della sua  vita.

Che Jerry Calà fosse uno showman, oltre che un cantante e un attore, si sapeva ma che riuscisse a far cantare, ballare e divertirsi giovani di 20-30 anni con “hits” più vecchie di loro è stata davvero una sorpresa. Perché i tanti intervenuti al party organizzato da PostOffice al Piper di Roma, pieno all’inverosimile,  hanno dimostrato di conoscere a memoria le parole di brani di Lucio Battisti, di Gino Paoli, del primo Vasco. Ventenni che hanno cantato, strofa dopo strofa, “La canzone del sole”, che di anni ne ha più del doppio.

Jerry Calà si è esibito nel concert-show “Una Vita da Libidine”, prodotto dalla “The Best Organization”, per più di un’ora senza perdere per un istante la totale attenzione dei presenti. Il segreto è stato un cocktail di ricordi di vita e dei vari film interpretati dall’attore  con battute, tormentoni, canzoni dei grandi autori della musica italiana a un ritmo incalzante e veloce. Nessuno dei brani è stato eseguito per intero: solo le strofe più conosciute, un successo dopo l’altro in un crescendo culminato con “I like Chopin” di Gazebo, cult degli anni ottanta, eseguita magistralmente dalla band di Calà mentre lo showman faceva il gesto di battersi l’incavo del braccio sinistro come a dire “che viaggio!”, o, per usare una sua tipica espressione, “libidine!”.

Nonostante manchi da un po’ dal grande e piccolo schermo, i suoi show godono di un grande riscontro di pubblico da nord a sud. Soddisfatto?

“Il pubblico del Piper mi ha commosso. Il locale era strapieno e sentivo un affetto incredibile. Tanto è vero che in genere il mio spettacolo dura un’ora ma alla serata PostOffice ho cantato per un’ora e mezzo improvvisando anche. Mi ha fatto piacere sentire il loro calore, l’attenzione per la mia musica e per quello che cercavo di comunicargli. Non importava se avessero venti o quarant’anni, mi hanno capito e mi sono venuti dietro. In genere mi dicono che sono un artista trasversale, cioè che piaccio a più di una generazione. Non voglio sembrare immodesto ma credo di andare bene dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Nel senso che, con piacevole sorpresa, riesco a divertire dal Nord al Sud Italia. Se venite a vedermi durante una serata in  Sicilia, vi divertirete ancora di più perché i siciliani sono fantastici, di un calore esagerato”.

Perché secondo lei viene apprezzato da chi ha quaranta anni ma anche solo venti?

“Credo perché ho avuto la fortuna di fare dei film che sono diventati “cult”, quindi continuano a essere programmati e visti anche dai giovani, ai quali mi sono accorto che piacciono molto. Ci si affezionano anche loro. Vengono ai miei spettacoli perché conoscono il mio repertorio musicale e cinematografico. I quarantenni invece con me ci sono cresciuti quindi si ritrovano perfettamente a loro agio in quello che racconto e che canto”.

Sappiamo che le sue date collezionano sempre il “tutto esaurito”. Come se lo spiega visto che compare poco in televisione e, quindi, non ha il “traino” del piccolo schermo?

“Ogni tanto mi fermo a pensare che senza fare particolare apparizioni in video riesco a riempire i locali dove mi esibisco. Mi fa piacere. Credo che tutto dipenda dal passaparola: grazie ai social si diffonde presto la notizia che durante le mie serate ci si diverte e allora chi vuole passere una serata cantando, ballando e ridendo viene a vedere me ma anche la mia band, con cui collaboro ormai da quindi anni”.

Abbiamo notato che vi capite solo guardandovi: a Roma infatti avete anche improvvisato ma non se ne è accorto nessuno perché vi siete scambiati solo rapidi messaggi con gli occhi.

“E’ con loro che ho studiato lo spettacolo in ogni minimo particolare. Anche per questo, oltre al fatto che ci conosciamo da tanto tempo, ci capiamo al volo. Il nostro è un lavoro “work in progress”: magari una serata mi viene in mente una cosa e la proviamo subito sul pubblico per vedere se piace. Se ha successo la inseriamo definitivamente in scaletta. La scelta del repertorio si è dimostrata vincente proprio perché, facendolo, mi sono reso conto che incredibilmente i ventenni conoscono canzoni di quarant’anni fa. E una cosa bellissima, forse però vuol dire che la musica di oggi non  è stata ancora in grado di proporre brani “immortali” come quelli”.

Sul palco non ci sono solo le canzoni di Jerry Calà ma anche i ricordi personali, scene di film, colonne sonore. E’ uno spettacolo che potrebbe essere fatto anche a teatro.

“Lo portiamo a teatro in una versione  più lunga e più “patinata”: due tempi, io sono vestito da sera, alle spalle c’è un maxischermo su cui compaiono le immagini dei film di cui sto parlando. Certo, è più difficile proporlo nel circuito dei teatri perché da noi c’è ancora una concezione piuttosto “stereotipata” dello spettacolo teatrale. Tutti mi chiedono immancabilmente: ma cos’è, una commedia? Allora comincio a spiegarne la struttura e c’è chi capisce e chi no. Ma a Milano mi sono esibito in teatro con grande successo e almeno ogni quattro mesi ci torno. Nei locali invece faccio una versione ridotta per vari motivi: il più importante è che il pubblico delle discoteche non regge uno spettacolo più lungo, la sera tardi, magari dopo avere bevuto un bicchiere”.

Ogni sera il successo riscosso è come una celebrazione della sua vita professionale. Ne è consapevole?

“E’ un modo di vedere il mio spettacolo che mi piace. Perché in effetti ogni sera mi apro  al pubblico e rivelo le mie cose, parlo dei personaggi che ho conosciuto, con cui ho fatto i film. Mi sono accorto che le persone gradiscono: non è solo un mero susseguirsi di canzoni ma racconto una storia, un’epoca. E poi non eseguo mai le canzoni tutte intere ma con la band giochiamo prendendo i momenti più importanti. In questo modo c’è più ritmo e anche più divertimento”:

Photo Credits: Sofia Petti, Velvet Mag, Postoffice

 

 

 

 

 

 

 

 

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